Ringrazio Stefania Bonaldi per questa giornata molto formativa e ricca di condivisioni e riflessioni. Sviscerare il tema dell’autonomia differenziata sotto molteplici punti di vista.
Condivido il racconto dei colleghi amministratori che mi hanno preceduto negli interventi. E lo condivido non solo da Sindaca di un piccolo comune dell’entroterra delle Marche ma anche da funzionario di una PA, prima da dipendente della Provincia che ha vissuto la devoluzione delle proprie competenze e il trasferimento del personale alla Regione, dentro ad una riorganizzazione amministrativa molto lunga che non ha prodotto i migliori risultati di sussidiarietà.
Da Sindaca di un piccolo Comune mi sono ritrovata molto negli interventi che mi hanno preceduto. Lo definisco volutamente Comune o Paese e non Borgo (perché borgo mi ha sempre dato un po’ l’idea di una realtà da guardare ammirare mentre Comune o Paese lo sento vicino alla parola Abitare, al vivere la comunità territoriale). Questo termine Abitare che da qualche anno si scontra con la nostra realtà.
Quando a giugno del 2023 approvammo una mozione in consiglio comunale contro la legge sull’autonomia differenziata avevamo ben in mente quanto dannosa poteva essere per i nostri territori, quanto avrebbe potuto aumentare gli squilibri già esistenti di territori già fragili che avrebbero avuto bisogno di politiche pubbliche non improntate al criterio dell’efficienza ma basate su criteri di redistribuzione, di riequilibrio.
In un Paese che avrebbe un profondo bisogno di ricuciture, non di nuovi squilibri, che già soffre di un livello drammatico e crescente di diseguaglianze sociali e di divari territoriali. Se seguiamo il criterio per cui chi sta meglio ha di più, i territori con minore capacità fiscale, periferici con diseguaglianze più marcate saranno sempre perdenti. Non solo non potranno mai vincere questa battaglia ma quelle diseguaglianze territoriali nei diritti dei cittadini e delle cittadine sarebbero addirittura legittimate legislativamente.
Penso alle nostre aree interne che amministriamo, che sono per definizione dei territori in difficoltà perché caratterizzate da una bassa densità demografica, scarsa accessibilità ai servizi che da questa legge rischiano di subire conseguenze significative.
Una norma profondamente sbagliata che non dà prospettive di crescita sociale, economica e occupazionale all’intero territorio nazionale.
- Rischi di disparità territoriali
L’autonomia differenziata potrebbe accentuare le disparità tra Regioni ricche e Regioni meno sviluppate. Le aree interne, che già affrontano difficoltà legate a spopolamento, isolamento geografico e ridotta presenza di servizi essenziali (come sanità, trasporti e istruzione), potrebbero vedere ulteriormente ridotte le risorse disponibili, soprattutto se la redistribuzione dei fondi statali fosse legata alla capacità fiscale delle singole Regioni. Comuni con basi economiche fragili rischiano di essere lasciati indietro, aggravando il divario tra centro e periferia.
- Accesso ai servizi pubblici
Le nostre aree interne sono spesso dipendenti dalle politiche di solidarietà nazionale per garantire servizi essenziali. Con un aumento dell’autonomia regionale, esiste il rischio che le Regioni, concentrate sui propri centri urbani principali, trascurino le esigenze dei comuni più periferici. Questo potrebbe tradursi in un ulteriore indebolimento della scuola pubblica, della sanità locale e delle infrastrutture, rendendo ancora più difficile vivere e lavorare in queste aree.
- Ruolo dei Comuni
La legge sull’autonomia differenziata sarà un colpo per le autonomie territoriali, per noi sindaci, per i Comuni che avranno a che fare con un centralismo regionale e saranno oggettivamente più deboli rispetto a un patto che sarà tra presidente del Consiglio e presidente della Regione.
Questo è un tema che riguarda tutto il Paese e non ha colore politico. Qui stiamo parlando di fermare una riforma che rischia di aumentare le diseguaglianze in Italia, perché ci sarà tanta parte del Paese che avrà meno servizi, che colpisce la competitività, la crescita delle imprese, perché segmenterà il mercato unico in tante aree con regole e gestioni diverse. E poi perché è nemica anche delle autonomie, è un meccanismo che porta un sistema di centralismo regionale che ridurrà il peso dei Comuni.
- Opportunità di sviluppo locale
Se parliamo di sussidiarietà questa dovrebbe rappresentare un’opportunità, accompagnata da una visione inclusiva e da un serio impegno per lo sviluppo dei territori che esprimono maggiori diseguaglianze soprattutto nelle zone interne. Una maggiore sussidiarietà dovrebbe voler dire adattare politiche su misura per valorizzare le specificità di questi territori, promuovendo progetti di sviluppo sostenibile, il turismo locale e la valorizzazione delle risorse naturali e culturali. Tuttavia, ciò richiede una visione strategica e una distribuzione equa delle risorse.
Richiede declinare il concetto di sussidiarietà tenendolo all’interno della funzione del bene comune della società e della tutela dei diritti garantiti dalla Costituzione
Non è un caso che la Corte Costituzionale nel suo pronunciamento ha più volte richiamato come il concetto di autonomia dell’articolo 116 Cost. comma 3 (attribuzione alle regioni ordinarie di forme e condizioni particolari di autonomia) deve essere interpretato nel contesto della forma di Stato italiana. Essa riconosce i principi della solidarietà tra le regioni, dell’eguaglianza e della garanzia dei diritti dei cittadini. Qualunque distribuzione di funzioni legislative e amministrative tra i diversi livelli territoriali di governo deve avvenire in funzione del bene comune della società e della tutela dei diritti garantiti dalla Costituzione.
Diritti che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
- Salvaguardia della coesione nazionale
Infine, l’autonomia differenziata non deve compromettere il principio di solidarietà nazionale sancito dalla Costituzione.
Le politiche regionali dovrebbero sempre essere bilanciate da un quadro di riferimento nazionale che garantisca il diritto di tutti i cittadini, indipendentemente dalla Regione in cui vivono, ad accedere a servizi di qualità paragonabile. È essenziale che lo Stato mantenga un ruolo di garante, soprattutto per le aree più vulnerabili.
Concludo dicendo che il nostro Paese ha bisogno di ridurre i divari territoriali e sociali e di garantire i livelli essenziali delle prestazioni uniformi su tutto il territorio nazionale.
Non ci possiamo permettere che i diritti di cittadinanza vengano garantiti a seconda della zona geografica in cui si nasce o si risiede.
C’è in gioco la qualità della nostra democrazia, la coesione e la compattezza sociale, i diritti fondamentali delle persone e la loro stessa dignità.